lunedì 5 marzo 2012

La vittoria di Qubo Jones

Era un giorno un po' come questo, o quello, sebbene non mi ricordi che mese o anno fosse. So solo che eravamo al liceo, ed era uno di quei giorni uggiosi dove senti che il 3 in matematica è dietro l'angolo e, anche se capita di scamparlo, sai che esso è comunque sempre lì pronto ad agguantarti. Magari la prossima volta, chissà.
Era, credo, una delle due ore settimanali di impartimento della religione. Sono sicuro che non fosse una di quelle interessanti lezioni in cui il prete ci introduceva al pensiero teologico novecentesco, no, sarebbe stata troppa grazia aver a che fare con Barth e Bonhoeffer, ma era invece una di quelle sterili, ridicole, accessorie, dispute nelle quali quell'allora ancora alquanto giovine curato già di campagna tentava, ovviamente esponendosi a un ridicolo spesso facilmente raggiunto, di inculcarci che ogni filosofo e ogni teoria filosofica in realtà si basavano su, o erano dirette verso, dio. Le pernacchie, com'era giusto, si sprecavano davvero neanche fosse un concerto.

Ci fu un momento, fra i tanti, di noja, di quelli tesi nei quali sembra quasi che ci si guardi tutti negli occhi e ci si voglia dire: "smettiamo queste tristi maschere che opprimono i nostri esseri. Spogliamoci, prendiamo chitarre e vino, andiamo in un prato e gozzovigliamo, finalmente liberi, ubriacandoci di eros".
Fortuna volle che non andò così. Sarebbe stato certo un impiccio dover rinunciare e, soprattutto, doverlo attivamente evitare: si sa, infati, che a quell'età gli adolescenti sono satiri ribollenti e un prete, per forza di convenzioni, sarebbe forse peggio e io non volevo complicazioni
L'unico che quel momento ben sfruttò, o cui così ben fruttò, non si può dire, fu il mio compare Qubo Jones. Egli era allora il migliore dei comari, biriciccoloso e zuzzurellone al punto giusto, ma fino, fino al midollo.
Fu costui, come dicevo, che d'impeto si girò verso di me e con un balzo che non poteva fare null'altro che scuotere, come portasse nuova linfa, il fortunato cui era rivolto, a pugno chiuso disse, ma che dico, intimò: "ho vinto!".

Ammetto che sul momento non mi resi appieno conto del significato recondito delle parole proferite da Qubo. Stolto com'ero, pensavo che non avesse motivo di proclamar vittoria, visto che non si era impegnati in nessuna sfida, nemmeno per passatempo. Dovettero passare mesi, anni forse, prima che quel suo sorriso sicuro e celatamente compiaciuto finalmente trovassero nella mia anima il loro compimento. Solo ora posso dire ciò che con quel gesto il mio compare proclamò con tale veemenza al mondo, a un mondo che in verità non si è ancora oggi capacitato di tanta magnifica tracotanza.
Qubo quel giorno, dichiarando la sua vittoria, riuscì a vincere sul mondo, sulla morte, su se stesso, su di noi, su Tutto. Su tutto... Qubo Jones quel giorno sorpassò, "a destra" come gli piacerebbe dire, la volontà di potenza - divenne lui Potenza! Oltrepassò la filosofia del martello - divenne lui Martello! Fu Rivoluzione! Turbamento! Azione! Pornografia!

Quel giorno l'eterno ritorno cessò. Una nuova fase ebbe inizio, un epoca nella quale l'uomo non fu più lo stesso, nella quale possa avere appieno coraggio e spirito, dove potrà correre felice nei campi elisi che da allora egli scorge davanti a sè finalmente scevro dall'inesistente concetto del peccato, grazie alla vittoria di Qubo Jones.
Grazie per aver vinto Qubo, grazie di quore.

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